“Il corpo sbagliato”, il suo ultimo romanzo, è un’opera che esplora le dinamiche del body shaming, una forma di bullismo che colpisce l’autostima e lascia cicatrici invisibili ma durature nella mente e nel cuore di chi ne è vittima

Biografia

Francesca Spanu, avvocato e autrice di romanzi al femminile, scritti da una donna per le donne. Svolge il ruolo di consulente legale presso il centro antiviolenza “Feminas”, dove offre supporto a vittime di abusi e discriminazioni. Nel 2019 ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, “Dentro la borsa” (La Zattera), il 26 febbraio del 2025 è uscito “Il corpo sbagliato” (Il Maestrale), un’opera che indaga le dinamiche del body shaming, una forma di bullismo devastante che può lasciare segni profondi nella psiche di chi ne è vittima. Questo fenomeno, che colpisce in modo particolare le donne, consiste nel giudicare, deridere o umiliare una persona per il suo aspetto fisico, spesso in modo crudele e offensivo. Il romanzo mette in luce le modalità con cui si manifesta questa forma di violenza, dando voce al dolore silenzioso di chi lotta per accettarsi in un mondo che impone standard irrealistici di bellezza.

La storia di Cecilia

“Il corpo sbagliato”, il tuo ultimo romanzo, ha come tema centrale il body shaming, affrontato attraverso il vissuto di Cecilia, una donna che lotta per accettarsi dopo un intervento di chirurgia bariatrica. Emerge una riflessione sul sostegno femminile: sebbene la solidarietà tra donne sia meno esplicita rispetto a “Dentro la borsa”, resta sottintesa come necessaria e auspicabile per affrontare un fenomeno sociale tanto delicato quanto diffuso?

<<Hai colto perfettamente il punto, perché il sostegno e la solleranza tra donne sono temi a me molto cari, che avevo già affrontato nel mio primo romanzo e che tornano anche in questo. Cecilia è una donna che ha passato tutta la vita sentendosi inadeguata. Dopo un intervento di chirurgia bariatrica e un importante dimagrimento, era convinta di aver finalmente risolto i suoi problemi. Così non è, perché alcune ferite, certe insicurezze, ti restano dentro a lungo, forse per sempre. È proprio in questo percorso che comprende quanto siano fondamentali il sostegno delle amiche, la forza delle relazioni autentiche, l’importanza dell’essere capite e accettate. Il body shaming è purtroppo un problema enorme, che può avere conseguenze anche molto gravi. E credo che le prime a dover combattere questo fenomeno siamo proprio noi donne. Basta leggere i commenti sui social: spesso i giudizi più duri arrivano proprio da altre donne. Nei miei romanzi ho voluto invece raccontare l’altro lato, quello in cui ci si sostiene, ci si ascolta, e si cresce insieme. Perché è da lì che può nascere un vero cambiamento>>.


In che modo la chirurgia bariatrica rappresenta per Cecilia non solo una trasformazione fisica, ma anche un tentativo di riscatto psicologico e sociale?

<<Per Cecilia, la chirurgia bariatrica rappresenta inizialmente “l’ultima spiaggia”. Dopo una vita costellata di diete fallite, decide di sottoporsi a una visita, quasi senza sapere davvero cosa la aspetta. Si avvicina al percorso un po’ da “ignara”, senza una reale consapevolezza di cosa comporti. Quando si trova di fronte al chirurgo che le spiega che senza un’approcio mutilisciplinale non va da nessuna parte, è lì che si apre un mondo nuovo per lei. Un mondo fatto di umanità, di empatia, anche da parte dei medici e poi conosce le volontarie dell’ associazione dell’obesità patologica che le insegnano un nuovo modo di approcciarsi alla vita. Per Cecilia, questo percorso diventa una vera forma di riscatto. Non solo fisico, ma soprattutto interiore. Perché capisce che, per affrontarlo, deve tirare fuori una forza enorme, una forza che non sapeva nemmeno di avere>>.


Cagliari, descritta come una “città piccola”, sembra avere un ruolo cruciale nel mantenere viva l’identità passata di Cecilia. Quanto conta il contesto sociale e ambientale nel perpetuare il body shaming, anche dopo un drastico cambiamento corporeo?

<<Il contesto conta molto nel caso del romanzo, nel caso di Cecilia. Dopo il suo cambiamento fisico, la città, almeno in apparenza, sembra accoglierla con favore. Passa dall’essere messa ai margini, relegata dietro le quinte, a occupare finalmente la “prima fila”. Ma è lei, dentro di sé, a non sentirsi mai davvero all’altezza. Continua a percepire il contesto come ostile, come un luogo in cui deve sempre dimostrare qualcosa. Quando arriva il crollo, sostituisce la dipendenza dal cibo con un’altra, più sottile ma altrettanto distruttiva: quella affettiva. Si ritrova coinvolta in una relazione tossica che la trascina in un abisso emotivo. In quel momento vede che le persone di cui già lei non si fidava le voltono le spalle, però le rimangono accanto quelle che veramente l’apprezzono a prescindere dal suo aspetto esteriore>>.


La storia di Cecilia mette in luce come anche dopo aver raggiunto un corpo “accettabile” secondo gli standard sociali, le ferite interiori restino aperte. Cosa ci dice questo sulla reale natura del body shaming e su come esso colpisce l’identità delle persone, soprattutto delle donne?

<<Come dicevo, ci sono ferite che restano indelebili. Basta un attimo, uno sguardo, una parola sbagliata, perché si riaprano. Per Cecilia, tutto inizia molto presto. Ha solo sette anni quando si accorge che il suo corpo non è solo “diverso”, ma viene considerato sbagliato. Da quel momento in poi, sente di dover sempre dimostrare qualcosa, come se non fosse mai abbastanza. Quelle ferite, quelle prime umiliazioni, si radicano così profondamente in lei che nemmeno il cambiamento fisico più radicale riesce a cancellarle. Anche quando finalmente raggiunge l’aspetto che aveva sempre desiderato, accanto a lei, c’è ancora la bambina ferita, esclusa. E con quella bambina vive un conflitto continuo, perché non riesce ad accettarla, a perdonarla, a integrarla. È solo quando smette di combatterla, quando finalmente la accoglie e la riconosce come parte di sé, che trova una nuova forma di pace. Ma è un processo lungo, segnato da tanti episodi di cattiveria, di esclusione, di dolore. Episodi vissuti da ragazzina, da giovane donna, e che hanno lasciato cicatrici invisibili, ma profondissime>>.

In qualità di consulente legale presso il centro antiviolenza “Feminas”, immagino che tu abbia offerto supporto a diverse donne vittime di body shaming. Secondo la tua esperienza, quanto è diffuso questo fenomeno a Cagliari? E quanto è difficile, per chi ne è colpita, riprendere in mano la propria vita?

<<Il fenomeno del body shaming è diffusissimo, a Cagliari come in tutta Italia e nel resto del mondo. Basta entrare su qualsiasi social network per rendersi conto di quanto questo problema venga amplificato ogni giorno. È difficile persino dare un consiglio a chi lo subisce, anche alle donne che si rivolgono al nostro centro. Spesso raccontano esperienze di violenza psicologica, che è una forma di violenza profonda e devastante. Colpisce in modo invisibile, ma lascia segni fortissimi: frantuma l’autostima, distorce l’immagine di sé, mette in crisi la percezione del proprio valore. Il body shaming può fare danni a volte irreversibili. Anche quando si è andati avanti, anche dopo percorsi di cura o trasformazione, basta un singolo episodio, una parola, uno sguardo, per far riaffiorare il passato e far crollare tutto. Perché certe ferite restano dentro, e basta poco per sentirsi di nuovo quel bersaglio facile, quel corpo giudicato, quella persona esclusa>>.

By Isabella Murgia

Giornalista pubblicista, laureata in Filosofia, con sede a Cagliari. Fondatrice de "La Voce dei Protagonisti"

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *