<<Non esistono più gli album di famiglia, ma i reel. Dopo che l’hai mostrata a tutti, cosa resta? Questo è il secolo che polverizza le nostre vite>>. Così Paolo Crepet, pisichiatra e sociologo italiano, descrive la parabola dei nostri ricordi nell’era digitale. Un tempo, aprire l’album era un rito. Le fotografie, consumate dal tempo, ma amate per la loro autenticità, raccontavano storie di nonni sorridenti, di cene di Pasqua intorno al tavolo, di gesti quotidiani che avevano il sapore della memoria. Ogni scatto a scelto, stampato, custodito con cura, capace di resistere agli anni e di farsi testimone del passato. Oggi, invece, i reelReel e le storie sui social trasformano ogni momento in un istante da consumare e dimenticare. La condivisione è immediata, la visibilità effimera. Ciò che resta non è il ricordo autentico, ma un flusso continuo di immagini che scorrono sullo schermo, senza radici nella memoria personale. Non tutto deve diventare post, non ogni istante va condiviso. Alcune memorie meritano di essere custodite dentro di noi, lontane dalla fretta del clic, perché diventino davvero nostre. Forse è proprio lì che l’album di famigliafamiglia ritrova il suo valore. Ovvero non solo un contenitore di fotografie, ma uno scrigno di ricordi che possiamo aprire, sfogliare e sentire, riportando ogni gesto, ogni sorriso, ogni storia al loro posto, dove la memoria diventa tangibile e duratura.
Il punto
Un tempo, sfogliare l’album significava fermarsi sul passato, rivivere gesti e sorrisi con lentezza. Oggi i reel trasformano ogni attimo in immagine effimera, subito vista e subito dimenticata. Alcuni ricordi,Ricordi invece, hanno bisogno di silenzio e spazio per rimanere vivi dentro di noi.

