Editoriale di aprile: Coccoi cun s’ou, o Coccoi de Pasca
Sapori di Stagione di aprile è dedicata alla Pasqua. In Sardegna ha il profumo del pane appena sfornato e il volto paziente di chi, da generazioni, ne custodisce i gesti. Si chiama coccoi cun s’ou ,o coccoi de Pasca, è molto più di un semplice dolce rituale: è un pane di semolaPane di semola e lievito madreLievito madre, finemente decorato, che racchiude un uovo intero, simbolo di rinascita e augurio. Un tempo erano soprattutto i bambini a riceverlo, come dono prezioso del pranzo pasquale. Oggi, soprattutto nell’entroterra, quella tradizione resiste grazie alle mani esperte di tante donne sarde, vere e proprie custodi di un sapere antico che si rinnova ogni anno. Su coccoi cun s’ou non è solo memoria: è identità, comunità, continuità. In un’epoca in cui molte tradizioni rischiano di sbiadire, in Sardegna questo rito domestico continua a vivere nelle case e nei forni, coinvolgendo sempre più giovani curiosi di riscoprire le proprie radici.
Storia
Su Coccoi cun s’ouSu coccoi cun s’ou, noto anche come Coccoi de Pasca, non è soltanto un pane decorato: è un simbolo vivo della tradizione sarda, un dono carico di significato che racconta legami, riti e speranze. Riceverlo è considerato un vero onore, perché porta con sé un augurio prezioso di amicizia, fortuna e prosperità. Un tempo, nei paesi dell’Isola, la preparazione del Coccoi de Pasca era un vero e proprio rito collettivo. Un gesto semplice, ma carico di valore, capace di unire le persone attraverso il linguaggio universale del cibo. Questo pane continua a essere una delle espressioni più autentiche della cucina sarda, un ponte tra passato e presente che conserva intatto il suo messaggio: condividere significa augurare il meglio.
Ricetta
Dalla semplicità degli ingredienti nasce una storia che profuma di tradizione e ritualità domestica: farina di grano duro, lievito madre, acqua, sale e uova. Elementi essenziali che, lavorati con pazienza e sensibilità, si trasformano in un pane che non è solo cibo, ma esperienza. L’impasto prende vita lentamente. La farina accoglie il lievito madre, mentre l’acqua tiepida viene incorporata poco alla volta, quasi a costruire un dialogo tra le mani e la materia. Quando la consistenza diventa elastica e ben lavorata, è il momento del sale, che completa l’equilibrio. Lavorando ancora, l’impasto si fa morbido, arioso, vivo. Poi il riposo: una notte intera lontano da correnti d’aria, in un forno spento o sotto una tovaglia, mentre la lievitazione compie la sua magia silenziosa. All’alba, quel volume cresciuto racconta già una promessa. L’impasto viene diviso, modellato in forme che ricordano cerchi aperti, pronti ad accogliere al centro le uova, lavate e asciugate con cura. Le forbici incidono la superficie, creando segni che sono insieme decorazione e gesto antico. Dopo un’ultima lievitazione, breve ma decisiva, il passaggio in forno completa la trasformazione: in 20-25 minuti, il pane si veste di una doratura calda e invitante.

